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Grasso localizzato: perché non riesci a perderlo (e come eliminarlo)


Introduzione

La perdita di grasso corporeo viene spesso interpretata come un processo lineare, guidato principalmente dal bilancio calorico. In una prima fase, questo approccio è generalmente efficace: la riduzione dell’introito energetico e l’aumento del dispendio portano a un miglioramento progressivo della composizione corporea.


Esiste però una fase successiva in cui questa relazione diventa meno prevedibile. Il soggetto continua a essere in deficit calorico, mantiene una buona aderenza al programma, ma il tessuto adiposo in alcune aree corporee rimane invariato. Questo fenomeno non è casuale e non può essere spiegato esclusivamente con l'aderenza al piano alimentare.


Il cosiddetto grasso localizzato, comunemente detto grasso ostinato, rappresenta una condizione fisiologica in cui il tessuto adiposo presenta caratteristiche differenti rispetto al resto del corpo. Comprendere queste differenze è fondamentale per costruire strategie realmente efficaci.


Grasso localizzato

Il limite del modello calorico nelle fasi avanzate

Il deficit calorico rimane una condizione necessaria per la perdita di grasso, ma non sempre sufficiente per spiegarne la dinamica nelle fasi avanzate.


La riduzione del tessuto adiposo dipende da una sequenza di eventi:


  • mobilizzazione degli acidi grassi (lipolisi)

  • trasporto nel circolo sanguigno

  • ossidazione a livello muscolare


Quando una di queste fasi è limitata, il processo complessivo rallenta. È proprio in questo contesto che il grasso localizzato diventa rilevante: non perché “violi” il deficit calorico, ma perché introduce una resistenza fisiologica locale.



Fisiologia del grasso ostinato

Le aree comunemente definite ostinate presentano caratteristiche specifiche:


  • ridotto flusso sanguigno

  • maggiore densità di recettori alfa-2 adrenergici

  • minore sensibilità agli stimoli lipolitici


Questi fattori determinano una ridotta capacità del tessuto adiposo di rispondere alle catecolamine, limitando la mobilizzazione degli acidi grassi anche in presenza di condizioni sistemiche favorevoli.


La letteratura ha evidenziato come la distribuzione dei recettori adrenergici vari significativamente tra le diverse aree corporee, influenzando la velocità di lipolisi (Arner, 1995; Arner, 2005).



Recettori adrenergici e regolazione della lipolisi

La lipolisi è regolata dall’interazione tra catecolamine e recettori adrenergici:


  • i recettori beta (β) stimolano la mobilizzazione

  • i recettori alfa-2 (α2) la inibiscono


Adipocita grasso recettori

Nelle aree ostinate, la prevalenza dei recettori α2 riduce l’efficacia dello stimolo lipolitico. Questo comporta una risposta attenuata, anche quando il soggetto è in deficit calorico e l’attività fisica è adeguata (Arner, 2005).



Il ruolo del flusso sanguigno

Il flusso sanguigno rappresenta un ulteriore fattore limitante.


Una perfusione ridotta comporta:


  • minor arrivo di ormoni lipolitici

  • minor rimozione degli acidi grassi mobilizzati


Questo crea un collo di bottiglia fisiologico: la lipolisi può essere attivata, ma il processo non si completa in modo efficiente.



Dieta ciclica e struttura

In questo contesto si inserisce un approccio che, nel tempo, si è dimostrato particolarmente efficace nella gestione del grasso più resistente: la ciclizzazione calorica e glucidica.


Se da un lato il bilancio energetico rimane il principale determinante del dimagrimento, dall’altro la distribuzione dei macronutrienti e delle calorie nell’arco della settimana può influenzare in modo significativo il comportamento del tessuto adiposo, soprattutto nelle aree più ostinate.


Un’impostazione lineare, con lo stesso introito calorico e la stessa quota di carboidrati ogni giorno, tende nel tempo a favorire adattamenti metabolici e ormonali che riduccono progressivamente l’efficacia del deficit.


L’introduzione di giornate a maggiore disponibilità energetica, alternate a giornate più restrittive, consente invece di modulare in modo più efficace l’utilizzo dei substrati energetici.


  • Nei giorni ad apporto glucidico più elevato, generalmente associati all’allenamento, si osserva una maggiore disponibilità di glicogeno e una migliore risposta prestativa

  • Nei giorni a ridotto apporto di carboidrati, al contrario, l’organismo è più incline a ricorrere all’ossidazione dei grassi


Esempio

A livello pratico, questo può tradursi, in una distribuzione settimanale strutturata su due tipologie di giornata (numeri a scopo esemplificativo):


Giornate ad apporto energetico più elevato (allenamento):


  • circa 2400–2500 kcal

  • maggiore quota di carboidrati

  • supporto alla performance e al mantenimento della massa muscolare


Giornate a ridotto apporto energetico (riposo):


  • circa 1900–2000 kcal

  • riduzione dei carboidrati, con maggiore incidenza dei lipidi

  • maggiore utilizzo dei grassi come substrato energetico


Nel complesso, il bilancio settimanale rimane comunque in deficit:


  • fabbisogno medio: ~2200 kcal

  • distribuzione variabile tra giorni alti e bassi

  • deficit mantenuto nel medio periodo, ma con una gestione più dinamica degli stimoli metabolici


Questo tipo di approccio risulta particolarmente utile nei casi in cui il dimagrimento si blocca nonostante il mantenimento del deficit calorico, suggerendo una ridotta capacità dell’organismo di mobilizzare ulteriori riserve adipose.


In queste condizioni, la ciclizzazione può rappresentare uno strumento strategico per “riattivare” i distretti più resistenti, migliorando la sensibilità ai segnali lipolitici e riducendo al tempo stesso gli adattamenti conservativi tipici delle diete prolungate.



Allenamento per dieta ciclica

Un’impostazione di questo tipo trova la sua massima efficacia solo se affiancata ad una gestione coerente dello stimolo allenante. La distribuzione delle calorie e dei macronutrienti, infatti, non può essere disgiunta dal tipo di richiesta metabolica imposta dall’allenamento, pena la perdita di gran parte dei benefici ottenibili dalla ciclizzazione.


Nei giorni caratterizzati da un maggiore apporto energetico e glucidico, l’obiettivo principale diventa quello di massimizzare lo stimolo meccanico e la performance. In queste condizioni, la maggiore disponibilità di glicogeno consente di sostenere allenamenti ad alta intensità, con un volume adeguato e una qualità esecutiva elevata, favorendo al contempo il mantenimento della massa muscolare.


  • Allenamenti contro resistenza con carichi medio-alti

  • Range di lavoro orientato alla tensione meccanica e al volume

  • Maggiore densità di lavoro grazie alla disponibilità energetica


Al contrario, nelle giornate a ridotto apporto calorico e glucidico, lo stimolo allenante può essere modulato con l’obiettivo di favorire l’utilizzo dei lipidi come substrato energetico, senza compromettere il recupero sistemico.


  • Attività a prevalente componente aerobica o metabolica (Z1-Z2)

  • Lavori a bassa o moderata intensità, più sostenibili in condizioni di ridotta disponibilità glucidica

  • Eventuale inserimento di lavoro tecnico o a basso impatto neurale


Questa alternanza consente di creare un contesto in cui lo stimolo allenante e quello nutrizionale risultano sinergici, piuttosto che in contrasto.


Ciclizzazione calorica, carb cycling

Da un lato si sfruttano le giornate ad alta disponibilità energetica per generare adattamenti prestativi e muscolari; dall’altro, si utilizzano le giornate più restrittive per favorire una maggiore mobilizzazione dei grassi, in particolare nei distretti più resistenti.


In quest’ottica, l’allenamento non rappresenta più soltanto uno strumento per aumentare il dispendio calorico, ma diventa un vero e proprio modulatore del contesto metabolico, capace di indirizzare l’organismo verso un utilizzo più efficiente delle riserve energetiche in funzione dello stimolo imposto.



🏃Il protocollo di Lyle McDonald: struttura, limiti e applicazione

Il modello proposto da Lyle McDonald, proposto nel libero The Stubborn Fat Solution, si basa su un principio chiave: la necessità di separare e coordinare le fasi di mobilizzazione e ossidazione.


Il protocollo completo prevede una sequenza strutturata di 50 minuti:

Riscaldamento

10 minuti leggero (RPE 4-5)

FASE 1

x5 volte: 10" sprint (RPE 9-10) - 50" recupero attivo

FASE 2

5 minuti pausa completa

FASE 3

20' LISS (es: camminata in pendenza)

FASE 4

x5 volte: 30" sprint (RPE 8-9) - 30" recupero attivo

Defaticamento

5 minuti molto leggero (RPE 3-4)


Il punto critico non è il singolo blocco, ma la sequenza fisiologica:


  1. attivazione adrenergica

  2. mobilizzazione degli acidi grassi

  3. ossidazione in condizioni favorevoli


È fondamentale sottolineare che questo protocollo non è pensato per principianti.


Si tratta di un modello estremo e ad alta richiesta sistemica, che lo stesso Lyle McDonald consiglia di utilizzare solo in soggetti che:


  • hanno già una buona base allenante

  • gestiscono correttamente il recupero

  • si trovano in una condizione nutrizionale adeguata


In particolare, viene suggerito di applicarlo solo quando l’introito energetico è almeno di 32–35 kcal/kg di peso corporeo, evitando quindi contesti di forte restrizione calorica che renderebbero il protocollo insostenibile e controproducente.



Approfondimento — Perché aumentare il cardio spesso peggiora la situazione

Nelle fasi di stallo, la risposta più comune è aumentare il volume di lavoro aerobico.


Dal punto di vista fisiologico, questo approccio può risultare inefficace perché:


  • non modifica la sensibilità adrenergica locale

  • non migliora il flusso sanguigno nelle aree ostinate

  • aumenta lo stress sistemico

  • riduce ulteriormente la capacità di recupero


Il risultato è spesso un aumento della fatica senza un reale miglioramento nella mobilizzazione del grasso.



Insulina e contesto metabolico

L’insulina rappresenta uno dei principali regolatori della lipolisi. Livelli elevati inibiscono la mobilizzazione degli acidi grassi, mentre livelli più bassi la favoriscono.

Questo rende rilevante il contesto nutrizionale e il timing degli stimoli.


In alcune condizioni, lavorare in uno stato di bassa insulina temporanea può migliorare l’efficienza della mobilizzazione, soprattutto nelle aree meno sensibili.



🧬Genetica e variabilità individuale

La distribuzione del grasso e la risposta agli interventi non sono uniformi tra gli individui. Parte di questa variabilità è legata a fattori genetici.


Alcuni geni coinvolti nella regolazione del metabolismo lipidico e della risposta adrenergica includono:


  • ADRB2 / ADRB3 → sensibilità lipolitica

  • PPARG → regolazione del metabolismo dei grassi

  • FTO → controllo dell’appetito e del bilancio energetico


Queste varianti contribuiscono a spiegare differenze nella mobilizzazione e nella risposta al deficit calorico (Rankinen et al., 2006; Loos & Bouchard, 2008).


In un modello applicativo strutturato come Revo Genomics, queste informazioni vengono organizzate in aree funzionali utili per la programmazione:


  • metabolismo dei macronutrienti → gestione di carboidrati e grassi

  • capacità metabolica → utilizzo dei substrati energetici

  • aderenza al piano → gestione fame e sazietà



Queste aree non definiscono il risultato, ma permettono di comprendere meglio come il soggetto risponde agli stimoli, riducendo l’approccio per tentativi.



Approfondimento — Genetica e personalizzazione: un uso corretto

L’analisi genetica non è uno strumento predittivo assoluto.


Il suo valore risiede nella capacità di:


  • spiegare differenze di risposta tra individui

  • individuare limiti fisiologici ricorrenti

  • ottimizzare la gestione di allenamento e nutrizione


La letteratura suggerisce che il suo utilizzo debba essere integrato con dati osservazionali e performance-based, evitando interpretazioni deterministiche (Vlahovich et al., 2017; Williams et al., 2016). Per questo un team di professionisti è necessario affinchè l'interpretazione dei dati genetici -e la loro applicazione- sia corretta ed efficace.



Esempio applicativo

Un caso tipico è quello di Simone, 30 anni, trasfertista, con elevata aderenza al programma. Allenamento costante da oltre cinque anni, quattro sedute settimanali, dieta seguita con precisione.


Nonostante questo, presentava uno stallo prolungato caratterizzato da:


  • accumulo di grasso addominale

  • persistenza del grasso sui fianchi

  • gonfiore addominale costante


L’intervento non si è basato su un aumento del volume di lavoro, ma su una riorganizzazione delle variabili.


Dall’analisi Revo Genomics sono emerse indicazioni utili sulla gestione di:


  • utilizzo dei macronutrienti

  • capacità aerobica

  • tolleranza all’intensità allenante


Le modifiche principali hanno riguardato:


  • approccio più conservativo nell’endurance

  • introduzione di progressioni ondulate e miste

  • ribilanciamento dei macronutrienti

  • maggiore attenzione alla sensibilità insulinica


Il risultato è stato una riduzione di circa 7 kg in quattro mesi, con un miglioramento evidente proprio nelle aree precedentemente resistenti.



Conclusione

Il grasso localizzato non rappresenta un’eccezione alle leggi del bilancio energetico, ma un caso in cui la fisiologia locale introduce variabili aggiuntive.


La perdita di grasso, soprattutto nelle fasi avanzate, dipende dall’interazione tra:


  • regolazione adrenergica

  • flusso sanguigno

  • contesto ormonale

  • disponibilità energetica

  • variabilità individuale


Quando queste variabili non vengono considerate, il risultato più frequente è uno stallo prolungato, nonostante l’impegno.


Intervenire in modo efficace richiede quindi un approccio più preciso, in cui la quantità di lavoro lascia spazio alla qualità dello stimolo e alla comprensione dei meccanismi sottostanti.



🔬Riferimenti scientifici

Arner P. (1995) — Differences in lipolysis between human subcutaneous adipose tissues

Arner P. (2005) — Human fat cell lipolysis: biochemistry and regulation

Burke LM et al. (2011) — Carbohydrates for training and competition

Rankinen T. et al. (2006) — The human gene map for performance and health-related fitness

Loos RJF, Bouchard C. (2008) — FTO: the first gene contributing to common forms of obesity

Vlahovich N et al. (2017) — Genetic testing for exercise prescription and injury prevention: current evidence and future directions

Williams AG et al. (2016) — Genetic testing for sports performance, responses to training and injury risk: practical and ethical considerations

Lyle McDonald — The Stubborn Fat Solution


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